Con decisione n.112 del 16 novembre, l’ACF ha condannato Bancapulia a risarcire integralmente il valore delle azioni Veneto banca, vendute ad un risparmiatore pugliese, assistito da me e dal mio Collega Antonio Amendola. La sentenza è importante perché, nel condannare Bancapulia, afferma il principio che il Decreto Legge di giugno, che ha tenuto indenne Banca Intesa dalle cause intentate dagli azionisti, non si applica alle banche controllate da Intesa (come appunto Bancapulia) che sono fuori dal perimetro di protezione, concesso dalla legge solo alla banca acquirente.
Articolo del Corriere della Sera del 13 novembre 2017 del Vicedirettore Federico Fubini
Venerdì scorso alle 11.45 si è svolta l’ultima asta in quella che ha l’aria di essere una delle piattaforme finanziarie meno liquide dell’Occidente. Hi-Mtf è un sistema digitale sul quale si possono scambiare i titoli di 14 banche, quasi tutte popolari, che rappresentano centinaia di migliaia di soci e sulla carta più di due miliardi di valore.
L’esito della giornata è stato simile a quello di un mercato rionale. Si sono concluse compravendite per 592 mila euro (mezzo milione per le Casse di risparmio di Asti e Ravenna, 90 mila euro per la decina di popolari del listino). Si contano 193 scambi, dei quali 41 le banche popolari. Non che non ci fossero venditori: gli azionisti di istituti come la Popolare Pugliese, la Volksbank dell’Alto Adige o la Valsabbina hanno messo in vendita migliaia di pezzi, e ne hanno venduti decine. Semplicemente, oggi sul mercato non si trovano compratori ai prezzi ai quali molte delle banche popolari in Italia hanno venduto le proprie azioni ai clienti. Molte famiglie vogliono rendere liquidi i propri risparmi ma non possono, e il patto sociale fra le banche popolari e i loro soci scricchiola.
Sulla piattaforma Hi-Mtf colpisce una situazione in particolare: sulla Banca popolare di Bari, prima azienda di credito del Mezzogiorno, con un valore teorico superiore al miliardo e quasi 70 mila soci, è avvenuto un solo scambio: qualcuno ha inserito un ordine a uno sconto del 16% sul prezzo-base di 7,5 euro e si è preso cento azioni. Nessun altro ha osato. Dalla parte dei venditori intanto si è arrivati a oltre 12 milioni di pezzi in offerta: i detentori di quasi un decimo del capitale cercano una via di uscita, senza trovarla. Tutta l’Italia sud-orientale è un’area di tensione crescente per i risparmiatori. In Popolare di Bari, Popolare Pugliese e Popolare di Puglia e Basilicata — stima l’avvocato Antonio Pinto di Confconsumatori — circa 140 mila azionisti detengono titoli invendibili, per un valore teorico di 1,6 miliardi di euro. Ma, appunto, il caso del più grande istituto del Meridione fa storia a sé. Non tanto perché si tratta di un caso di banca popolare dagli assetti dinastici: il presidente, Marco Jacobini, è figlio del fondatore Luigi Jacobini e padre dell’attuale condirettore generale Gianluca e del vicedirettore generale Luigi. Né la particolarità dipende solo dal fatto che la procura di Bari in agosto ha reso nota un’inchiesta sui vertici per associazione per delinquere, truffa e false dichiarazioni nel prospetto con il quale fra il 2013 e il 2015 la banca ha raccolto dai soci nuove sottoscrizioni al capitale per circa 300 milioni di euro: gli interessati respingono le accuse, che restano da dimostrare.
A sancire la particolarità del caso Bari c’è anche un altro elemento, che permette di capire come emergano a volte certe valutazioni gonfiate sulle popolari. Nell’autunno dell’anno scorso, quando le azioni sono ormai invendibili, i vertici dell’istituto di rivolgono per una validazione del prezzo a Enrico Laghi. Ordinario di economia aziendale alla Sapienza di Roma, già consulente della Popolare di Vicenza, commissario straordinario per grandi gruppi in dissesto come Ilva o Alitalia, Laghi è in una posizione impeccabile per stimare l’azione della Bari: non ha conflitti d’interesse. Nel suo parere esprime forti dubbi che sia corretto un prezzo a 7,5 euro (già svalutato dagli oltre nove al quale la banca l’ha venduto a molti). Sembra davvero troppo. Però Laghi valida perché nota che a quel prezzo ha accettato di comprare un grande investitore esperto: si tratta di Aviva, con la quale la Bari ha stretto un contratto di banca-assicurazione. È possibile che il gruppo inglese abbia fatto un favore alla Bari e accettato il prezzo gonfiato, per poi rivalersi tramite il proprio accordo? Laghi lo esclude: un «advisor indipendente» (Kpmg) garantisce che il contratto tra Popolare di Bari e Aviva è a prezzi di mercato.
Ma quanto è indipendente l’advisor sul cui parere si regge il castello della valutazione della Popolare di Bari? In quel momento Kpmg lo sembra, per quanto può sapere Laghi. Non molto dopo però lo stesso consulente firma con la banca un lucroso contratto come advisor per la cessione di un grosso pacchetto di crediti in default. Le decine di migliaia di soci, che in quel momento hanno già comprato le azioni a più di 9 euro, non possono conoscere questi intrecci. Sanno solo che ora trasformare le loro azioni in denaro è impossibile.
Circa 150.000 piccoli azionisti hanno investito quasi un miliardo e settecento milioni di euro, dando fiducia alle banche del loro territorio. Giovedi presso la Camera di Commercio di Bari, terremo un incontro per approfondire strumenti specifici di tutela dei risparmiatori. Siete tutti invitati.
Una svolta per 70mila azionisti, un incubo per la banca. La nuova inchiesta della Procura di Bari che coinvolge i vertici della Banca Popolare di Bari potrebbe avere effetti importanti per migliaia di correntisti che da anni provano a vendere le loro azioni e che si sono rivolti agli avvocati pur di riavere indietro il loro denaro. A disegnare un primo scenario è il Comitato per la tutela degli azionisti della Bpb. Costituitosi a novembre scorso, sull'onda delle proteste dei risparmiatori della Popolare, è composto da Adusbef, Codacons, Codici e Confconsumatori. Proprio il Comitato fa notare che i reati di associazione per delinquere e truffa, di cui sono accusati Marco Jacobini e i due figli Gianluca e Luigi, sono pesanti. Ma ancora più deflagranti per il futuro degli azionisti e per la stessa banca potrebbero essere gli effetti dell'accusa di false dichiarazioni nel prospetto informativo depositato alla Consob.
· GLI AUMENTI DI CAPITALE
"Quel reato - dice un rappresentante del comitato - nel caso in cui fosse confermato, potrebbe avere una rilevanza diretta per i soci". Per comprendere questo punto, bisogna tornare indietro agli anni 2013-2015, quando la Bpb vara due aumenti di capitale, il primo per 243 milioni di euro e il secondo per 50 milioni di euro, che si riveleranno importanti anche per acquisire la banca Tercas. Quell'aumento di capitale, secondo l'accusa, sarebbe stato fatto dando prospetti falsi alla Consob. "In un prospetto - spiega un rappresentante di una associazione dei consumatori - la banca comunica tutti i dati sulla propria situazione finanziaria. L'istituto è obbligato a fornire dati finanziari veritieri, anche perché è su quei dati che gli investitori si regolano per acquistare titoli della banca".
Se fosse confermata la tesi accusatoria gli azionisti della Bpb in quegli anni avrebbero acquistato titoli sulla base di dati non veritieri. "Pertanto - è scritto nel comunicato diffuso dal Comitato - gli azionisti sarebbero legittimati a domandare il risarcimento dei danni subiti, per un investimento fatto sulla base di dati di prospetto e di bilancio irregolari". Si tratta di un principio stabilito dalla Cassazione, come spiega Antonio Pinto (Confconsumatori): "In casi come questo, se confermato, chi ha investito ha diritto a chiedere la risoluzione del contratto di acquisto, con conseguente restituzione dell'investimento".
· LE CONSEGUENZE
Un salasso per la banca, tenuto conto che il valore di tutte le azioni distribuite fra i 70mila soci ammontava fino a qualche mese fa a più di un miliardo di euro e che una buona parte degli azionisti si è già rivolta negli anni all'istituto per cercare di rivendere le sue azioni. Ma le conseguenze dell'inchiesta della procura non si esauriscono qui. Sempre il Comitato fa notare che adesso si apre la possibilità di costituirsi come parte offesa nel procedimento contro la banca. "Infatti, alcuni dei reati ipotizzati, laddove accertati, avrebbero un nesso di causalità diretto sia con il prezzo a cui sono state vendute le azioni e sia con le modalità di vendita delle stesse".
· LE MOSSE DELLE ASSOCIAZIONI
Alla luce delle ultime novità giudiziarie, quindi, le associazioni si rimettono in moto. Non a caso il Comitato degli azionisti della Bpb ha convocato un incontro con i suoi iscritti per mercoledì pomeriggio nella sua sede barese per descrivere le azioni di tutela che si potranno intraprendere. Anche perché "le risultanze dell'inchiesta penale consentirebbero pure di acquisire elementi per rafforzare le domande di restituzione degli investimenti da proporre dinanzi al giudice civile, oppure dinanzi all'arbitro delle controversie finanziarie".
· LE VOCI DEGLI AZIONISTI
Intant, gli stessi soci che hanno fatto ricorso contro la banca per cercare di rivendere le loro azioni, tornano a farsi sentire. "È terribile sapere di dover rinunciare a soldi che potrebbero servire per far studiare i propri figli e garantirgli un futuro. Siamo stati presi in giro". Adriano Lorusso è uno dei tanti risparmiatori che si sono ritrovati fra le mani azioni della più grande banca del Sud. Le voci dei risparmiatori sono quasi tutte molto simili. Correntisti appartenenti per lo più alla classe media che, per usare un eufemismo, non hanno grande esperienza in campo finanziario. Ora si ritrovano tra le mani titoli azionari che non possono restituire per riavere indietro i loro soldi. Quasi tutti si dicono beffati.
I casi variano solo per la quantità di denaro investito. Si va dall'imprenditore classificato nei profili di rischio dai funzionari di banca come "investitore esperto" e che si è ritrovato tutta la sua liquidità pari a 396mila euro investita in azioni, alla coppia (invalido disoccupato lui, casalinga lei) di Bari che non sa come rientrare dall'investimento di 30mila euro in titoli. Fino alla signora ultranovantenne che ancora non sa che circa 20mila euro dei suoi risparmi sono stati spesi per comprare titoli della Bpb: "Sua figlia non le dice la verità per tranquillizzarla - conferma l'avvocato Filippo Grattagliano, che segue il caso - se lo sapesse ne morirebbe".
In attesa di conoscere la proposta di PosteItaliane per compensare le perdite dei quotisti del fondo immobiliare Irs, ecco l'intervista ad Antonio Pinto, componente del direttivo di Confconsumatori, che riassume la posizione dell'associazione.
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